Insegnare la lingua italiana: un lavoro, una passione, una scommessa

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Perché si decide di diventare insegnante di lingua italiana per stranieri? Da dove nascono la passione e la voglia di farsi ambasciatori della propria lingua e cultura?

Quando frequentavo la scuola – in preda ad una terribile quanto normale tempesta di ribellione adolescenziale –  avevo giurato a me stessa che mai e poi mai avrei fatto l’insegnante. Loro, dicevo, sono gli adulti, i nostri acerrimi nemici.

Più avanti, ai tempi dell’università, ormai quasi del tutto dall’altra parte della barricata, mantenevo il giuramento, ma partendo esattamente dalla posizione opposta: mai e poi mai avrei avuto la pazienza di lavorare con quelli là, i bambini, gli adolescenti. Ma questa è un’altra storia.

L’insegnante d’italiano per stranieri non è l’insegnante di scuola. Non proprio. Non sempre. Non solo.

Insegnare la lingua italiana: come nasce una passione

Ma torniamo a me. Sono sempre stata curiosa, ho sin da bambina mostrato un forte interesse per le culture altrui, per chi veniva da lontano, per chi viaggiava e si spostava. Forse per una sorta di volontà di evasione, forse perché leggevo troppi romanzi. E per fortuna, direi.

Molto più tardi, durante il corso di laurea, ho iniziato a studiare in modo più approfondito la cultura islamica, la storia del Medioriente e le migrazioni, in particolare quelle italiane. Mi interessava conoscere le ragioni che spingevano le persone a spostarsi, come si trovavano all’estero, quali erano le loro difficoltà e i modelli di integrazione. Insieme a questo, l’approfondito studio della storia dell’Italia e degli italiani mi portava ad apprezzare e a conoscere più nel profondo la mia stessa identità, il rapporto con quelle altrui, e unitamente alle mie competenze di storica cresceva anche la voglia di far sapere a tutti che tra una pizza e un mandolino c’è tutto il resto.

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Il mio interesse era però troppo scientifico e legato ai libri, tanto che ho iniziato a pensare che fosse veramente un peccato non entrare in contatto con i viaggiatori del nostro tempo – aiutandoli ad integrarsi –  e non divulgare quello che tanto faticosamente macinavo sui libri. E così, complice anche ad una passione per la linguistica che faceva di me un mostro bifronte, metà storica/metà linguista, ho cominciato a pensare che forse forse avrei potuto iniziare ad insegnare italiano.

Insegnare la lingua italiana: farne un lavoro

La storia e la linguistica erano infatti le mie materie preferite del corso di laurea che frequentavo, lettere, quelle che facevano scattare in me la passione, oltre che la voglia di macinare crediti formativi per finire il prima possibile e gettarmi nell’impervio mondo del lavoro. La facoltà non era delle più spendibili sul mercato, e gli anni erano quelli dell’apocalittica crisi economica mondiale. Per farvi capire, fortunella, mi sono laureata nel 2009, quando il dramma sbarca nella Penisola (più o meno).

Tutto questo non lasciava intendere nulla di buono. Ma io ero sempre quella bambina curiosa e instancabile, quindi la vicenda avrebbe preso un’altra piega. Tranquilli e andate avanti, quindi.

Non so come, non so quando, ma a un certo punto la logica quasi matematica che non avevo mai troppo padroneggiato venne in mio aiuto.

Voce fuori campo, come in certi vecchi film romantici: Ti piace conoscere le culture altrui. Ti piace la tua. La lingua italiana la padroneggi. Non ti piacciono gli stereotipi. Ti piacciono linguistica, storia della lingua italiana, glottologia. Devi lavorare, fare la commessa e la promoter non ti basterà.

E quando la mia coscienza interiore stava per finire di parlare io l’ho interrotta urlando: Voglio insegnare italiano agli stranieri!

Insegnare la lingua italiana: un percorso impervio

Per insegnare l’italiano agli stranieri occorre avere una preparazione, una laurea specifica e delle specializzazioni post lauream. Io ho fatto tutto o quasi tutto quello che si può fare. L’ho fatto perché volevo sentirmi veramente preparata e perché dalle mie primissime lezioni, durante il tirocinio, avevo capito che quella sarebbe stata la mia strada. Ma molto spesso questo non basta, soprattutto in tempo di crisi. Soprattutto quando attorno a te il pessimismo sembra regnare e con lui lo sfruttamento del lavoro, la concorrenza e poi piano piano uno scoraggiamento diffuso e contagioso…

Voce fuori campo, come in certi film drammatici: Ma che dici? Non è da te.

Esatto, la coscienza viene sempre in mio aiuto. Anche quando tutto e tutti sembrano remare contro. È pieno di insegnanti di italiano per stranieri. La lingua italiana non la studia nessuno. La lingua italiana non serve a niente. Dicono.

Allora, mettiamo le cose in chiaro. L’italiano non è l’inglese. Il mercato del lavoro era saturo.

Ma io ero sempre quella bambina curiosa e… ho iniziato a lavorare, ad accumulare esperienza, a coltivare la passione, ad affinare competenze. Ho iniziato ad occuparmi di qualcosa che mi permetteva di viaggiare senza salire su un aereo, di conoscere molte persone provenienti da tutto il mondo. Stando con gli studenti imparavo molto dei loro paesi, soddisfacendo la mia sempre presente curiosità. Era vero più che mai: gli uomini, mentre insegnano, imparano.

Ho lavorato con gli immigrati in varie associazioni, specializzandomi soprattutto nell’insegnamento a classi di sole donne (facendo ricerca sul campo). Ho lavorato in università e seminari pontifici, dove invece di donne ne ho sempre viste ben poche. Ho prestato servizio nella scuola pubblica, in corsi pomeridiani per ragazzi di origine straniera. Ho lavorato in scuole private di lingue, soprattutto con turisti e amanti dell’Italia. Ho avuto classi di più di venti persone, gruppetti, ho svolto centinaia di lezioni individuali.

Correvo per Roma, la mia città natale, macinavo chilometri e passavo da un datore di lavoro all’altro, da una scuola ad un’altra, da un tipo di studente ad un altro. Insomma, un’eroina dei nostri tempi, se non fosse che tutti più o meno lo fanno. Quindi se siamo tutti eroi alla fine non lo è più nessuno. Peccato e per fortuna.

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Insegnare la lingua italiana: la scommessa

Un bel giorno, la stessa logica matematica che mi aveva portato a intraprendere questa strada mi ha condotto verso un’altra decisione: Perché non aprire qualcosa di mio?

Perché no. Ed ora sono qui. Siamo qui, con When in Rome School.

 

Sara

 

WheninRome
AUTHOR: WheninRome

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